L’uragano Trump si abbatte sugli accordi per il clima?

Dal giorno dell’elezione di Trump come 45° Presidente degli USA, ci si interroga sui possibili effetti della politica energetica sugli accordi internazionali sul clima.

“Il concetto di riscaldamento globale è stato creato da e per i cinesi, allo scopo di rendere la produzione degli Stati Uniti non competitiva”

Nonostante abbia ritrattato la sua affermazione durante il dibattito del 26 settembre con Hillary Clinton, è questa la frase con cui si può riassumere la visione del neoeletto presidente Trump sui cambiamenti climatici e sul riscaldamento globale.

Se le roboanti dichiarazioni fatte in campagna elettorale non fossero state abbastanza chiare, la nomina di Myron Ebell come responsabile della transizione dall’amministrazione Obama a quella Trump per l’EPA, è una concreta presa di posizione.

EPA e Myron Ebell

L’EPA, l’Environmental Protection Agency, è l’ente governativo americano responsabile per la protezione dell’ambiente e del clima, che avrà un ruolo chiave nell’attuazione e sulla vigilanza dell’Accordo di Parigi firmato da 195 paesi in occasione di COP21.

Tra le altre cose l’EPA è responsabile per l’emanazione del Clean Power Plan, lo storico piano lanciato nel 2014 dall’amministrazione Obama per contenere le emissioni di CO2 delle aziende americane, al momento in attesa di giudizio di fronte alla Corte d’appello del District of Columbia sul ricorso presentato da 29 Stati, dopo essere stato sospeso dalla Corte Suprema.

Myron Ebell è, appunto, la figura scelta per presiedere l’EPA nella transizione, anche se appare molto probabile la nomina definitiva una volta insediato il nuovo governo.  Sarà quindi nelle sue mani il potere di portare avanti o rallentare tutte le azioni necessarie per il perseguimento di tutti quegli obiettivi su cui i paesi firmatari si sono impegnati, come abbiamo già visto in un nostro precedente articolo.

Etichettato come “negazionista del cambiamento climatico”, Myron Ebell è attualmente il direttore del Global Warming and International Environmental Policy presso il Competitive Enterprise Institute, un organizzazione no profit “think tank” finanziata dalle lobby delle fonti fossili per perpetrare una campagna di disinformazione avente l’obiettivo di convincere l’opinione pubblica che il riscaldamento globale è una “bufala” degli europei.

Tra le azioni annunciate dal nuovo presidente concernenti il nuovo corso della politica energetica a stelle e strisce ricordiamo la volontà di costruire l’oleodotto Keystone XL, che trasporterebbe petrolio estratto dalle sabbie bituminose del Canada fino al Golfo del Messico, la cui realizzazione è stata invece bloccata dall’amministrazione Obama nel novembre scorso proprio perché avrebbe minato la leadership statunitense nella lotta al cambiamento climatico.

La volontà di rilanciare il petrolio potrebbe anche ridurre l’impegno degli Stati Uniti a programmi come la Mission Innovation, un iniziativa mondiale il cui obbiettivo è accelerare la ricerca e lo sviluppo delle fonti rinnovabili, la cui adesione ha portato il raddoppio degli investimenti da parte del governo Obama.

Una ricerca realizzata dal Lux Research  ha stabilito che 8 anni di presidenza Trump porterebbero un incremento del 16% delle emissioni climalteranti rispetto alla linea che, invece, avrebbe voluto tenere Hillary Clinton.

Tra gli slogan elettorali più gettonati ricordiamo anche la volontà di Trump di portare gli Stati Uniti fuori dall’Accordo di Parigi. Una strategia così delineata sembra destinata ad abbattersi come un uragano sulla lotta al cambiamento climatico, ma è davvero questo lo scenario che ci attende?

Il fronte diplomatico

Partendo dalla fine, è l’accordo di Parigi stesso a stabilire nei primi 2 commi dell’articolo 28, che una volta ratificato, ogni parte potrà sottrarsi solo «trascorsi tre anni dalla data dell’entrata in vigore del presente accordo»; ed il secondo comma precisa che la rinuncia avrà effetto solo trascorso un anno, quindi Trump potrà abbandonare l’accordo solo qualora venisse rieletto dopo i primi 4 anni di mandato. Rimane pur vero che pur non abbandonandoli di fatto, potrebbe decidere di non rispettarli.

Soprattutto nel’ultimo anno, in seguito agli impegni presi proprio a seguito di COP21, l’amministrazione Obama ha previsto un incremento degli investimenti nelle fonti rinnovabili, anche con approvazioni bipartisan da parte del Congresso. Invertire questo processo sarà per Trump molto complesso, anche per ragioni pragmatiche.

Il Tycoon ha promesso nuovi posti di lavoro nel corso della sua campagna, ma già oggi il settore delle rinnovabili ha un numero di occupati superiore a quello delle fonti fossili: gli occupati dell’industria solare, infatti, hanno già superato quelli dei due settori tradizionali per eccellenza, ovvero l’estrazione di petrolio e gas e le miniere di carbone; l’eolico da invece già lavoro a 88.000 persone. Questi numeri sono destinati a crescere, sempre che la direzione tracciata rimanga la stessa.

La tendenza verso i Green Jobs non è solo americana ma globale, e un inversione a U potrebbe rivelarsi molto pericolosa per gli Stati Uniti, che potrebbero ritrovarsi indietro rispetto al resto del mondo rendendo l’industria dell’energia poco competitiva.

Secondo il “Renewables 2016 Global Status Report” nel 2016 gli investimenti mondiali nelle rinnovabili sono aumentati del 5% e sono più del doppio rispetto a quelli nel settore fossile, e per il sesto anno consecutivo hanno superato i combustibili fossili per investimenti netti in produzione energetica aggiuntiva.

Non va poi dimenticato che molti Stati hanno già messo in atto politiche di riduzione delle emissioni e innalzamento del livello delle fonti rinnovabili: ad esempio lo Stato di New York punta a produrre il 50% della propria elettricità da fonti rinnovabili entro il prossimo decennio, e la California a ridurre le emissioni del 40% rispetto al 1990 entro il 2030.

Il treno delle rinnovabili e della lotta ai cambiamenti climatici è già partito e, pur essendo molto significativo il ruolo degli Stati Uniti e delle scelte politiche del suo nuovo presidente, potrà essere rallentato, ma difficilmente potrà essere stoppato.

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